Takeshi Kitano, conosciuto anche come “Beat” Takeshi, è uno degli artisti più noti e
amati del Giappone. Autore e presentatore di format televisivi come Takeshi’s Castle, famoso anche in occidente, ha iniziato la sua carriera nel mondo dello spettacolo come comico e cabarettista. In televisione Kitano tende sempre a mostrare, tramite situazioni dai risvolti comici che suscitano la risata, il lato peggiore della società giapponese e cerca di deriderla e criticarla attraverso l’ironia. Kitano ha infatti dichiarato che l’unico motivo per cui continua a far televisione (che a parer suo è nient’altro che spazzatura) è poiché è grazie ad essa che ricava i fondi necessari per prodursi come regista e giungere all’apice della poesia nel suo cinema d’autore. Infatti, il Kitano showman e il Kitano regista sembrerebbero essere due persone totalmente differenti, visto che nella produzione cinematografica di Kitano é evidente l’aspetto più d’autore e intimista della corrente cinematografica asiatica.

Kitano, il quale si era dapprima affermato come regista di culto del genere poliziesco per via dei suoi film sulla yakuza presso il pubblico di Hong Kong, diviene noto al pubblico occidentale dopo aver vinto al Festival di Venezia col suo capolavoro Hana-bi. Una parte, forse la maggior parte, del cinema di Kitano è assimilabile al filone della pulp-fiction, sebbene il regista abbia la massima ragione a rifiutare l’accostamento a registi americani quali Quentin Tarantino, in quanto l’originalità del cinema di Kitano si presenta in molte forme e aspetti e la violenza nei suoi film è spesso lasciata fuori campo, costituendo – come ebbe a dire il critico Vincenzo Buccheri -una dicotomia tra “violenza della colpa e violenza della punizione”.

La violenza nei suoi film di yakuza è la via per mostrare il dolore e per sconfiggere la violenza stessa poiché, intrise di nichilismo, le opere di Kitano mostrano il perenne oscillare tra il dolore e il vuoto del nulla, tra la vita e la morte, mettono in luce condizioni di passaggio come quelle nelle frequenti scene in cui i personaggi dei suoi film, poco prima di morire, ritornano a un lato infantile o fittizio (come le marionette di bunraku in Dolls) e compiono come ultimo atto quello del gioco. Il dolore può divenire gioco e bellezza, perché la semplicità del gioco non solo rende l’uomo bambino, ma lo priva di umanità e così il gioco si lega alla morte e si svolge spesso in luoghi di passaggio, in landmark, come la spiaggia che è metafora di un luogo di transizione dalla vita alla successiva morte.

La violenza in Kitano diviene così poesia, non solo per la filosofia e le riflessioni che vi stanno attorno (non rendendola così una violenza fine a se stessa, ma considerevolmente implicante di risvolti riflessivi e morali), ma anche per la bellezza estetica e formale dei suoi lavori che sono stati definiti come opere della disimmetria, capaci di passare da un piano sequenza a un’inquadratura assolutamente statica e fissa, con moti di camera estremamente e volutamente lenti e fluidi, come vuole il cinema giapponese per eccellenza. La lentezza, la quasi assoluta mancanza di dialoghi nei film di Kitano è ciò che li rende poesia e ne sublima le immagini che a tratti sembrano dei veri e propri tableaux vivants. Nelle opere di Kitano, l’inquadratura spesso è resa in campo lungo o in piano sequenza, talvolta è stabile e raggela gli eventi e questa stabilità e smorzata solo dall’incombere della violenza. Il montaggio nel cinema del regista giapponese è anti-classico, anti-climax, sembra quasi un fermo immagine su un paio o poco più di inquadrature e spesso mostra elementi o personaggi che non si credevano essere in scena, è un montaggio che spinge a stimolare l’immaginazione dello
spettatore, teso a mostrare l’invisibile. In psicologia ciò può essere definito il “doppio legame” una comunicazione che al contempo nega il comunicare stesso, una continua discordanza tra opposti, tra giusto ed errato, tra comico e tragico poiché secondo il regista quest’ultima coppia di opposti coincide sempre con l’altra, se portata all’estremo.

Dell’ipnotica produzione di Kitano due opere sono quelle che più esprimono il carattere intimista del cineasta, Il silenzio sul mare e Dolls. Queste due opere, infatti, si distaccano dal filone yakuza (filone che abbraccia opere di magnifica fattura e degne di considerazione critica, ma che non sono in tal caso inerenti alla riflessione) e si racchiudono nel filone più romantico, malinconico, “emo” di Takeshi Kitano.

Un frame del film Il silenzio sul Mare di Takeshi Kitano

Il silenzio sul mare è proprio un’opera del silenzio. “Sopprimere le parole è la regola che mi sono imposto […]” afferma il regista, i cui film mostrano la loro forza comunicativa nelle loro immagini, dove è nella visione che risiede la parola, perché il linguaggio spesso non fa altro che “sporcare” il messaggio. Kitano, quindi, si presenta e presenta i suoi personaggi come degli introversi come il ragazzo sordomuto de Il silenzio sul mare. In questo film, infatti, protagonista è Shigeru (Kuroudo Maki), uno spazzino sordumuto, che un giorno trova una tavola da surf per strada, la raccoglie e cerca di imparare a fare surf. Per quasi tutto il film, Shigeru altro non fa che andare sulla spiaggia con la sua ragazza anch’essa sordomuta e fare surf, mentre lei lo guarda seduta sulla battigia. L’amore per il surf sembra infondere a Shigeru una voglia di rivalsa verso la monotonia della vita, lo rende vivo e, nonostante i fallimenti, Shigeru non si arrende mai e la sua forza di volontà lo porta ad avvicinarsi a dei ragazzi che frequentavano anche la spiaggia, sebbene prima gli fossero ostili.

Kitano nel film ha cercato di ricreare attraverso i suoni soffusi e ovattati, i colori e i giochi di luce, la percezione che del mondo ha un sordomuto e in questa sua opera la sua poetica del silenzio si concretizza in due personaggi che non possono né parlare né sentire. Il mare, ossessione artistica di Kitano, riflette la loro quiete interiore ed esteriore, ma anch’esso si pone come una coppia di opposti, infatti il mare un istante è calmo e l’attimo dopo è infuriato dalle onde. I personaggi del film altro non fanno che due semplici azioni, osservare il mare e fare surf, e Shigeru trova nel mare il proprio equilibrio, tra sé e la natura. Anche la ragazza di Shigeru, Takako (Hiroko Oshima), lo osserva mentre fa surf e cerca l’equilibrio e il raggiungimento di armonia e perfezione nei gesti che ha verso di lui. Quando Takako è accanto a Shigeru, anche solo un’inquadratura fissa riesce a comunicare l’amore che vi è tra le due figure l’una a fianco dell’altra, ma verso la fine del film vi è una scena in cui Takako cammina più indietro rispetto a Shigeru, il quale rimane di nuovo relegato nella sua solitudine interiore e ciò sembra quasi un presagio di morte, ne isola la figura e l’avvicina a quella di un uomo fisicamente e interiormente alienato dal mondo anche quando c’è chi gli sta vicino, incompreso e alla continua ricerca di un modo per evadere dal dolore e dal perenne dubbio del vivere e infatti Shigeru troverà nella morte la sola via per abbracciare se stesso.

Un frame del film Il silenzio sul Mare di Takeshi Kitano

L’armonia comunicativa raggiunta con gli altri ragazzi non è mostrata con azioni o dialoghi, ma col montaggio che, se prima mostrava separatamente i due sordomuti e il gruppetto degli altri surfisti, con l’avanzare del film li mostra l’uno accanto all’altro, tutti insieme, come amici. Questi personaggi però è come se vivessero in uno spazio liminare, come se vivessero delle vite alternative al mondo reale là dove la spiaggia, come negli altri film di Kitano, è un non-luogo, un luogo in cui tutto sfuma e diviene indistinto e dove lo spazio e il tempo si fermano in una dimensione sospesa e sublimizzata. La regia segue i personaggi in modo statico e fisso con questi campi lunghi ottenuti con un teleobiettivo, eccezion fatta per l’ultima inquadratura in plongée sulla tavola da surf in balia delle onde, quando Shigeru muore e oltrepassa per sempre quella soglia astratta. I flashback finali ci mostrano ciò che non avevamo ancora visto, Shigeru e Takako che ridono felici in compagnia degli amici e ciò suscita commozione nello spettatore che ha visto morire un protagonista, ma spinge a
chiedersi se ciò non fosse realmente il fulcro della storia o se il fulcro della storia fossero il mare e il suo silenzio.

La verità è che Kitano articola con le immagini una dialettica degli opposti anche qui, dove il silenzio diviene pura musica, l’ombra diviene luce e l’opera è un inno alla purezza, all’amore puro, alla purezza dei gesti, di ogni più semplice cosa, è la ricerca dell’uomo di se stesso all’interno del cosmo e in questo senso il film ha una vena piuttosto antropologica. È un film venato di naturalismo e tristezza, ma che racconta di come a volte l’uomo si senta isolato dai rapporti sociali e riesca a trovare un modo di affermazione del sé solo tramite la purezza della natura.

Dolls è un’opera che rappresenta quasi un unicum nella produzione di Kitano e tuttavia è
forse l’opera più violenta del regista, dove la violenza non è meramente carnale, ma emotiva e interiore. Il film si apre con la messinscena di uno spettacolo di marionette bunraku tipico della tradizione giapponese, spettacolo in cui vediamo sulla scena i marionettisti, i quali sono almeno tre per pupazzo, il narratore-cantante e il suonatore di shamisen. Il film si può definire un film a episodi, in quanto segue tre storie d’amore appartenenti a personaggi diversi, ma trae ispirazione dai drammi teatrali di Chikamatsu.

Un frame del film Dolls di Takeshi Kitano

La storia messa in scena nello spettacolo teatrale è quella di due amanti che vedono il loro amore ostacolato e ciò si realizza metaforicamente nella storia di Matsumoto e Sawako. Il giovane ha infatti lasciato la fidanzata Sawako (Miho Kanno) per sposare la figlia del presidente dell’azienda presso cui lavora e salvare la famiglia da una decadenza economica. Sawako però da quando è stata lasciata ha tentato il suicidio e ha perso ogni traccia di lucidità, divenendo quasi un automa, ritornando a uno stato infantile e perdendo ogni ricordo di sé e del mondo. Non appena Matsumoto (Hidetoshi Nishijima) apprende la notizia da parte di alcuni amici della ragazza sopraggiunti in procinto del matrimonio, il ragazzo lascia la sposa all’altare e si reca nella clinica dove vi è Sawako. Inizia così la loro avventura, il rimorso del ragazzo nel vedere Sawako ridotta in quello stato è così forte da decidere di stare con lei vagabondando per le strade, sebbene senza soldi, pur di non lasciarla più e di restare al suo fianco. Molte sono le scene toccanti riguardanti la loro
storia, come quella in cui Sawako si affeziona così tanto a un giocattolino, una pipa che fa volare una pallina, tanto da giocarci per tutto il tempo e da piangere proprio come una bambina, come se le avessero tolto la cosa più cara al mondo, quando il giocattolo viene schiacciato da una macchina sulla strada. Sawako passa il tempo a guardare il vuoto, sembra proprio un neonato privo di ogni
capacità intellettiva e pian piano i due si riducono ad essere dei veri senzatetto, vivono in macchina, frugano tra l’immondizia e lo spettatore giunge a domandarsi se oltre all’aspetto trasandato Matsumoto non stia impazzendo anch’egli per la condizione in cui si sono ridotti a vivere e per il dolore che ha causato a Sawako.

A un certo punto della storia, Matsumoto decide di legare una corda alla vita di Sawako per paura che la ragazza potesse fuggire, così i due iniziano a vagabondare per strada legati da questa corda rossa e i passanti li denominano “i vagabondi legati”. Suggestive sono le scenografie che abbracciano il cammino di queste due figure, che sembrano attraversare tutto il Giappone, stagione dopo stagione, quasi fossero dipinte in degli splendidi e coloratissimi quadri. Dalla primavera coi ciliegi e i rami pieni di fiori rosa che si stagliano sul cielo azzurro e sembrano delineare viali che non finiscono mai e di cui non si vede mai l’orizzonte, all’estate che mostra i boschi verdissimi del Giappone, gli alberi colmi di foglie e il sole che picchia sulle vesti dei vagabondi legati, all’autunno che mostra paesaggi ricchi di foglie rosso vivo che cadono al suolo incessanti come fosse una pioggia di sangue dal cielo, all’inverno con le sue vallate innevate che poi saranno meta ultima del vagabondare dei due giovani i quali, cadendo da una scoscesa innevata, moriranno restando appesi ad un ramo per via della corda che li legava. Il cromatismo è senz’altro il punto forte del film, un cromatismo violento che non lascia spazio alle tinte tenui, ma che tende ad esaltare tramite i colori le emozioni e le sensazioni dei personaggi e a renderle “visivamente” vive.

Il fil rouge che lega la storia dei vagabondi legati a quella del boss della yakuza Hiro (Tatsuya Mihashi), della popstar Haruna (Kyoko Fukada) e del suo fan Nukui (Tsutomu Takeshige) è l’amore, l’amore e il suo lato più tragico. Infatti tutte e tre le storie sono storie di un amore malsano, sofferente, straziato da cause esterne e destinato ad una tragica fine.
Il boss Hiro, il quale aveva da giovane lasciato la fidanzata per cercare successo, un giorno
ritrova la donna, ormai invecchiata, sulla stessa panchina dove si erano dati l’ultimo saluto da giovani. La donna lo sta ancora aspettando, come gli promise anni fa, con lo stesso cestino per il pranzo che era solita portargli. Quando Hiro la incontra, egli non si fa riconoscere, ma scambiano alcune parole. La storia di Nukui è quella della sua profonda dedizione per la popstar Haruna, infatti il giovane è un grande fan della cantante al punto che, quando un giorno la ragazza viene coinvolta in un incidente stradale, egli per conservare il ricordo del viso di lei come era sempre stato e per soffrire anche lui, si ferisce agli occhi divenendo cieco. Nukui riuscirà ad incontrare Haruna, ormai ritiratasi dalle scene, sulla spiaggia e farà con lei una passeggiata. La scena che li vede insieme è uno spettacolo, un’estasi cromatica e li vede immersi in un campo di fiori rossi. Nukui abbraccerà lo stesso tragico destino di morte degli altri personaggi e morirà travolto da un automobile al margine della strada, per un atto di violenza inaspettato e improvviso, senza alcuna ragione, mentre il boss Hiro morirà ucciso dal proiettile che un killer gli spara sullo stesso viale che aveva percorso anni prima quando aveva detto addio alla fidanzata. Anche poco prima che i vagabondi subissero il loro fato vi era stata una sorta di riconciliazione, infatti la ragazza aveva ricordato della loro vita insieme grazie ad una collana che portava al collo.

Un frame del film Dolls di Takeshi Kitano

Proprio quando tutto sembra aver raggiunto un armonia e l’amore sembra essersi realizzato, ecco che i personaggi vengono travolti spietatamente dalla crudeltà della vita, dalla violenza ancor più violenta che negli altri film di Kitano. E la violenza, il dolore, qui si legano alla bellezza, in un senso estetico e percettivo molto giapponese e poco comprensibile a noi occidentali, dove la bellezza è morte, la morte è bellezza e nemmeno l’amore ne è lontano, ma amore e bellezza sono pieni di morte. La bellezza nei film di Kitano è assolutamente e volutamente violenta, ma poiché si muta in estasi contemplativa per la meraviglia delle immagini, è cosi che trova il suo riscatto dalla morte. “Ciò che più mi attira nella rappresentazione giapponese del paesaggio è il rapporto tra la bellezza e la morte. Ciò che i giapponesi ammirano nei fiori di ciliegio è l’idea che presto cadranno, che non dureranno molto. Allo stesso modo, i fiori d’acero più diventano rossi più sono vicini a cadere. Mentre la neve è come un sudario che ricopre la vita” afferma, infatti, il regista a proposito del legame tra bellezza e morte.

Le tre storie inoltre rappresentano l’amore visto da tre punti di vista differenti, i due vagabondi legati rappresentano l’amore “sbagliato” poiché contrario al volere della famiglia, l’amore del boss è il rimpianto per l’errore di aver abbandonato la donna in passato e l’amore di Nukui per Haruna è la dedizione totale alla donna amata, dedizione però indotta dal mondo dello spettacolo (come sembra voler criticare Kitano).

In Dolls dunque l’amore e la bellezza ascendono alla morte (come si evince dalla scena in cui Sawako tiene tra le mani una foglia d’acero rossa e la foglia stessa si fa metafora cromatica del sangue sulla strada riverso dal corpo di Nukui) e con l’andare avanti del film i due vagabondi legati sembrano divenire sempre più simili alle marionette sino alla scena in cui li vediamo vestirsi degli
stessi abiti che avevano le due marionette dello spettacolo bunraku. Il film termina, infatti, con lo sguardo delle marionette rivolto allo spettatore, uno sguardo che inquieta per il suo essere inanimato, ma forse la dimensione della morte e della marionetta è ciò che riscatta questo amore infelice dalla vita e dalla natura che lo ha tragicamente intralciato.