È così metaforico!” direbbe lo stesso Ki-woo (Choi Woo-shik) come commento al film quattro volte premio Oscar di quest’anno. Dal lontano – siamo metaforici – Oriente, Bong Joon Ho ci ha fatto dono dell’opera che è diventata una pagina della storia del cinema e che ha dato una lezione alla Sacra Hollywood autoreferenziale: Parasite è Miglior Film Internazionale, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Regia e Miglior Film del 2020.

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Un’opera costruita su livelli da oltrepassare e scrutare nei minimi dettagli per comprendere a fondo il significato dietro le metafore. Già da un titolo didascalico ci viene detto che la storia parla di “parassiti”, ma quali saranno? Gli scarafaggi che invadono il seminterrato dei Kim di cui Ki-Taek non sopporta l’odore (torneremo su questo punto)? Sin dalle prime scene del film, in un’atmosfera kafkiana, assistiamo alla metamorfosi dei quattro personaggi che compongono la famiglia Kim. La società coreana prende la forma di una clessidra in cui due estremità sono l’una il rovescio dell’altra: una famiglia dei bassifondi e una dell’alta società imprenditoriale si incontrano per dar vita a una crasi che sarà fatale.

Quasi per uno scherzo del destino, la famiglia Kim – che fino a poco tempo prima piegava, anche malamente, cartoni della pizza per pochi spiccioli – trova la grande occasione della vita: un amico di Ki-woo sta per partire all’estero per un soggiorno di studio e gli offre la possibilità di sostituirlo nelle lezioni d’inglese alla figlia del signor Park, un ricco imprenditore che abita in una lussuosa casa frutto della “geniale mente” dell’architetto Namgoong. Quella sera, però, la famiglia Kim riceve anche un dono molto insolito dal ragazzo: una misteriosa pietra che attrae subito l’attenzione di Ki-woo, che interrompe l’amico proprio mentre ne stava per spiegare il significato. “Sarebbe stato meglio del cibo”, osserva la madre. Eppure quella pietra diventa il simbolo dello snodo narrativo dell’intero film e acquisisce man mano un significato sempre più metaforico.

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Il primo approccio con la casa dei Park è di grande solennità: linee minimaliste, marmi su cui specchiarsi e ampie vetrate sono il rifugio a cinque stelle dei quattro membri della famiglia Park. La signora Park è una figura eterea quanto svampita e – come d’altronde ogni personaggio della storia – incarna perfettamente lo stereotipo che deve rappresentare, quello della donna ricca che ha ben poco di cui preoccuparsi, dal momento che “i soldi sono come un ferro da stiro che mette a posto qualsiasi piega”.

In breve, come chiunque abbia già visto la pellicola sa bene, l’astuzia nascosta sotto l’aria dimessa dei Kim fa sì che i quattro riescano a lavorare alle dipendenze dei Park. Quello che succede dopo, è un’escalation narrativa che saltella da un genere all’altro, facendo chiudere gli occhi a coloro che un film horror non lo avrebbero mai guardato, per via di alcune scene in cui lo spettatore è portato a credere che sia quella la piega che sta prendendo la storia.

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Senza andare oltre nella descrizione della trama, che va solo assaporata nella visione individuale del film, voglio invece ricordare alcune scene in cui la metafora che fa da centrifuga alla storia si è davvero sublimata. La metafora si condensa nell’immagine dell’insetto che in una delle prime scene viene schiacciato dal signor Kim, a causa anche del cattivo odore, ma il quale poi non disdegna di intossicarsi coi gas della disinfestazione come fosse egli stesso uno scarafaggio. E ancora vengono mostrati altri parassiti: sempre il signor Kim quando striscia come un verme sul pavimento del salotto dei Park per non farsi vedere dai coniugi addormentati sul divano, e lo “spettro” del bunker che mangia una banana in un atteggiamento oltremodo lontano dall’essere umano. 

In molti si sono chiesti quale sia il significato della pietra nell’intera vicenda e lo stesso regista non è stato incline a spiegazioni. A parer mio, la pietra è anch’essa una metafora importante e, in realtà, abbastanza chiara: la pesantezza, il peso insormontabile della propria condizione che ci si trascina dietro e che resta addosso, da cui è impossibile liberarsi. Quel peso che quasi uccide Ki-woo, come in una legge del contrappasso.

I parassiti di Parasite, alla fine dei conti, ci insegnano che nella società questi possono nascondersi sotto qualsiasi apparenza, recitando tutti indistintamente una parte, in una narrazione che ci si può aspettare solo da registi con la sensibilità di Bong Joon Ho: parassita è la famiglia Kim, che cerca – in modo verghiano – di riscattarsi dalla condizione di povertà, ma allo stesso modo nel rovescio della medaglia lo sono i Park, succubi degli idoli materialisti e del continuo obbligo verso se stessi di mantenere alta una reputazione che altrimenti rivelerebbe le loro più intime nature, forse non così piacevoli senza l’edulcorante necessario.