Siamo giunti alla seconda stagione della serie fenomeno tratta dal thriller psicologico di Caroline Kepnes, You. Dopo aver lasciato con l’amaro in bocca i supporter della coppia Joe-Beck, l’affascinante libraio Joe Goldberg torna in streaming su Netflix e s’insinua prepotentemente nelle nostre case – e nelle nostre vite.

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Interpretato ancora una volta, tenendo fede alle aspettative, dal giovane Penn Badgley il personaggio di Joe si rivela nuovamente il più convincente della serie. Non solo perché Badgley riesce, indubbiamente, a connotarlo di un carisma da non dare per scontato, ma anche per via di una scelta narrativa davvero azzeccata, quella della ricorrente voce fuori campo di Joe che ci catapulta nel suo flusso di pensieri.

Un po’ come nel film di Harlin, siamo letteralmente “nella mente del serial killer” e tuttavia – e siate sinceri nell’ammetterlo! – pochi spettatori potranno non empatizzare per l’ennesima volta con Joe. Sin dai primi episodi vediamo un Joe Goldberg a metà tra il pentimento e l’accettazione di un gesto che è stato “costretto” a fare, ma in ogni caso volenteroso a voltare pagina, a lasciarsi il passato alle spalle e con esso anche gli scheletri nell’armadio.

Eppure Joe sembra “lasciare dietro di sé una scia di cadaveri”, volente o nolente. E ad alimentare la follia dell’attraente librario ci pensa una nuova musa, Love (Victoria Pedretti – ce la ricordiamo per Hill House). 

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Tra una nuova ossessione da coltivare e difendere a tutti i costi ci si mette di mezzo una schiera di antagonisti che il nostro “eroe tragico” dovrà affrontare: una famiglia invadente, la ex Candace determinata a distruggere la nuova vita di Joe e a smascherare il suo lato malato e persino un’adolescente vittima del sistema hollywoodiano da proteggere – sì, è qui che emerge il lato tanto “dolce” e premuroso di Joe.

Ma la vera sorpresa della serie è lo sviluppo della storia negli ultimi due episodi. Ai più attenti non saranno sfuggiti alcuni atteggiamenti più o meno celati, ma di certo la maggior parte del pubblico sarà rimasta a bocca aperta nello scoprire che Love, un po’ fricchettona e dal sorriso facile, in realtà è visceralmente malata tanto quanto Joe. 

Colpo di scena! A quanto pare, Freud docet, i traumi infantili segnano indissolubilmente e si rivelano sempre il fuoco con cui viene forgiata la mente di un serial killer. Insomma, in questi dieci episodi la serie coinvolge lo spetattore su diversi registri: dalla magistrale performance degli attori, su tutte quella di Badgley, ai tempi narrativi ben scanditi che culminano con l’inatteso finale.

Ma inattesa a pari merito, a mio gusto personale, è la scelta di far concludere l’episodio che chiude la stagione suggerendo che Joe stia covando una nuova, ennesima, ossessione. Davvero Joe è solo uno stalker, uno schizofrenico, un amante bipolare che cerca di celare nell’amore le sue ossessioni meramente psichiatriche? Io avrei preferito diversamente. Preferisco l’immagine di uno Joe che per amore/ossessione non si pone i consueti limiti normativi, ma che infine sia soddisfatto di aver trovato una metà che lo possa completare. Preferisco un Joe pienamente consapevole, assolutamente intenzionale nelle decisioni estreme prese. Invece no, Joe è malato. Semplicemente è malato e questo sminuisce di gran lunga il fascino decadente e oscuro della personalità di Joe perché lo dipinge, in fin dei conti, come un burattino in balia di uno scherzo della natura.

Se Joe perde di intenzionalità, dove finisce il suo fascino?