Lo hanno paragonato al Travis di Taxi Driver, d’altronde lo stesso regista Todd Phillips non ha celato il debito verso Scorsese nel costruire il personaggio di Arthur Fleck, personalità embrionale del più noto Joker. E se in passato alcune fan theories avevano individuato in Tyler Durden (Fight Club) il perfetto volto dietro la maschera del clown più folle e sadico dei comics, il Joker di Joaquin Phoenix ne prende le distanze, per assumere una dimensione nuova e ampiamente più umana di quella già impressa nell’immaginario collettivo.

Il cinema è anche soggettivo, è vero, ma dopo la visione di questa pellicola restano pochi dubbi sulla finezza dell’opera di Phillips. Spin-off sull’universo DC, Joker rende protagonista il villain, accendendo i riflettori sul passato dell’anti-eroe in una ricerca freudiana della sua evoluzione caratteriale che lo ha poi reso l’acerimmo nemico di Bruce Wayne.

In una Ghotam City palesemente riconoscibile come New York, Arthur Fleck vive la tragedia della quotidianità in tutta la sua desolazione. Reietto e incompreso nella sua diversità, Arthur si scontra con la spietata freddezza di una società che non solo non vuole includerlo, ma a cui egli appare invisibile. Non basta l’amore, fittizio, a svegliarlo dall’incubo: è il Joker che squarcia la crisalide e dà vita alla farfalla. Scoprire che la violenza lascia un segno tangibile negli altri rende consapevole Arthur dell’autenticità della propria esistenza:

“Per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente… ma esisto e le persone iniziano a notarlo…”

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La trasformazione che Phoenix dà al personaggio è, di fatto, anche fisica: all’inizio ci appare gracile e impacciato, ma quando il Joker prende il sopravvento sulla sua personalità anche i movimenti, prima dinoccolati, diventano aggraziati, sicuri e coordinati. Joker nel film è l’umano troppo umano di Nietzsche, messo a nudo nella sua krisis esistenziale che è però quella attraversata da ogni individuo contemporaneo. Perché poco conta che Arthur Fleck sia malato, la sua risata – sintomo psicopatologico – è il guizzo che lo conduce alla piena affermazione di sé, quando capisce che non serve a nulla costruire castelli in aria (come per la relazione immaginaria con la ragazza della porta accanto, o gli intramezzi nel programma tv preferito) perché la vita è innegabilmente intrisa di negatività, è una tragedia e se tale è tanto vale viverla da commedia. In questo senso, la frase “ho sempre pensato alla mia vita come a una tragedia. Adesso vedo che è una commedia.” acquista una nuova interpretazione: non è che la vita sia di per sé una commedia, ma l’assoluta impotenza dell’uomo di fronte all’inesorabilità degli eventi fa sì che tutto assuma un sapore paradossale, che dal registro del tragico passa a quello del comico. E cosa c’è di meglio che porsi dunque in prima linea, domare il palcoscenico ed essere attanti a tutti gli effetti? Arthur lo comprende pienamente ed è per questo che gettando la maschera ne indossa un’ulteriore, che urla al mondo “io esisto, adesso mi starai a sentire”. 

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Umano, troppo umano questo Joker di Phillips con cui lo spettatore non può fare a meno di empatizzare, anche dopo la svolta radicale della scena in metro che segna comunque un punto di non ritorno.

Joker è già un cult, tutti ne parlano e tutti sembra ne siano innamorati. Cosa ci piace tanto di questa pellicola? La regia scrupolosa di Phillips, la performance straordinaria di Phoenix e l’anima che è riuscito a infondere ad uno dei villain più amati di sempre.