Esiste una profonda differenza tra il modo occidentale di sceneggiare film horror e lo stile orientale. In realtà, la maggior parte degli horror usciti in America dal 2002 ad ora, riguardanti storie di fantasmi, devono tutto a Ring, film giapponese diretto da Hideo Nakata nel 1998. Il titolo noto a molti come Ringu è in realtà una traduzione sbagliata che si è purtroppo diffusa in alcuni dvd del film – il titolo originale giapponese è infatti Ring. 

Ring, è tratto dall’omonimo libro del 1991 scritto da Koji Suzuki, autore di punta del Sol Levante nel genere horror. Della storia di Sadako (Samara, nel remake americano The Ring), ne parlano numerosi altri film – di questi alcuni sono sequel diretti da Hideo Nakata stesso, altri versioni coreane della storia, senza escludere le diverse versioni manga realizzate. 

Se dovessimo immergerci realmente a fondo nel vastissimo (ma davvero vastissimo!) panorama del cinema horror giapponese – cinema che per le sue caratteristiche nettamente definite si è guadagnato l’appellativo di J (dove la “j” sta per “japanese”) Horror, ovvero “horror giapponese” – dovremmo scrivere un intero libro, come ha eccellentemente fatto il critico David Kalat, autore del volume J-Horror, The Definitive to The Ring, The Grudge and Beyond. 

La fondamentale differenza tra lhorror occidentale e quello asiatico sta nella linea che congiunge questultimo alla sfera emotiva. Infatti, gli horror asiatici non trattano storie “reali”, di killer presi dalla follia, come nella tradizione occidentale, ma “surreali” – ovvero, hanno sempre per protagonista un fantasma che torna in mezzo ai vivi per spargere la sua vendetta. Il fantasma asiatico, però, è avvertito dagli asiatici persino come più reale di un omicida, in quanto è nella loro cultura la credenza che, se si muore in circostanze non naturali, lo spirito non riesce a varcare la soglia tra un ipotetico mondo ultraterreno e quello reale e quindi resta nel luogo in cui si trovava un istante prima di morire, per spargere la sua vendetta tra i vivi”.

Il fantasma, nell’horror giapponese, è quasi sempre una donna (a dead wet girlcome afferma David Kalat) la quale è stata vittima di tradimento, abbandono, probabilmente uccisa dal marito, in ogni caso una donna che ha sofferto. Uno dei temi che fa sempre, ma davvero sempre, da sfondo a un film horror giapponese è quello di una famiglia distrutta. Tutti i film giapponesi che trattano una storia di fantasmi, mostrano un fantasma che ha alle spalle una famiglia distrutta dalla vita stessa. 

Per essere concreti: Sadako, la ragazzina di Ring, è stata uccisa dalla famiglia poiché a causa dei suoi poteri sovrannaturali era considerata un mostro, mentre Kawako, il fantasma delleccezionale serie JuOn di Takashi Shimizuè stata uccisa, insieme al figlio Toshio, dal marito perché innamoratasi di un altro uomo. Questi sono solo due esempi, ma potremmo citare anche la bizzarra figura di Tomie, affascinante e camaleontico personaggio creato da Junji in un manga del 1987 del quale poi sono state realizzate varie versioni filmiche (tra cui quella di Takashi Shimizu, nel 2001).

Ecurioso osservare anche come la maggior parte del pubblico di Jhorror in Giappone sia composta da ragazze adolescenti. Perché proprio le ragazze? Perché la dimensione inumana, spettrale che quelle donne assumono dopo la loro morte, conferisce loro una forza che in vita o non possiedono o non possono mostrare poiché oppresse da una società che ancora oggi relega la donna al solo ruolo di madre e moglie.

La storia più antica, in Giappone, riguardante tradimenti, omicidi e fantasmi è quella scritta nel 1825 da Tsuruya Nanboku IV, Ghost Story of Yotsuya. Questa storia è stata fonte d’ispirazione per più di trenta versioni cinematografiche e tuttora continua a influenzare l’horror giapponese. Nel J-Horror gli spettri si mostrano come delle eroine, che nella morte diventano forti e si riscattano dalla violenza e dai soprusi subiti nella vita passata. 

Riguardo gli aspetti del J-horror ci sarebbe da dire molto, ma quello che davvero abbraccia la sfera emozionale sta, come ha detto Kalat, nella parola “wet”: questo termine in inglese significa letteralmente “bagnato”, ma assume per i giapponesi un ulteriore significato, dove “bagnato” sta ad indicare una cultura e un animo intriso di sensibilità ed emozioni, rispetto agli occidentali appartenenti alla categoria dei dry”, degli “asciutti”. Si può notare come se nel cinema occidentale ciò che viene esaltata è la razionalità, nel cinema giapponese le emozioni e la sensibilità verso di esse hanno priorità assoluta. Proprio sulla base di questa osservazione, è curioso notare come qualsiasi J-Horror, al termine della storia, muova lo spettatore alla commozione e alle lacrime, esso infatti arriva ad avere tenerezza del fantasma, perché capisce che è il fantasma stesso la vera vittima della storia, la vittima della società che gli ha tolto la vita.

Inoltre, il concetto del “bagnato” è fondamentale nell’horror giapponese, poiché l’acqua è un elemento ricorrente: come nella produzione del regista intimista Takeshi Kitano l’acqua è vista come luogo di soglia, nell’horror giapponese l’acqua è vista come il luogo in cui l’esistenza viene messa in bilico, poiché spesso le vittime divenute poi fantasmi sono state annegate nell’acqua, o comunque l’acqua riveste sempre un ruolo di morte all’interno della storia. Queste donne, da fantasmi, si muovono tra i vivi con lunghe vesti bianche inzuppate d’acqua e con i loro lunghi, lunghissimi, capelli neri che ricoprono i loro volti. I capelli neri, infatti, secondo il sentire giapponese sono portatori di male e ciò lo afferma anche il regista Takashi Shimizu il quale sostiene che per i giapponesi c’è qualcosa di inconsciamente spaventoso in una chioma di capelli neri e che alla sola vista di lunghi capelli neri sparsi su di un letto, scatta una paura che gli si radica dentro, qualcosa di incomprensibile all’Occidente. 

Studentesse, maledizioni virali (come la maledizione della videocassetta in Ring che uccide chiunque la guardi, sette giorni dopo la visione), acque scure e sporche e famiglie distrutte sono tutti gli ingredienti alla base di un J-Horror che si rispetti. La poetica della morte che ritorna tra i vivi è qualcosa che serve al giapponese ad educarlo verso una cultura che prende consapevolezza della morte e che è cosciente che la morte è sempre tra noi, non è lontana, può essere imminente e travolgere tutto e tutti senza ostacoli.

Il versante emotivo, spesso si riversa nei nelle storie di amori tragici, come nei manga di Ito, ad esempio in Kakashi, dove si narra di triangoli d’amore tra due umani e un fantasma che s’insinua tra loro, infatti spesso in tali storie i vivi non si rendono nemmeno conto della presenza di un fantasma o, viceversa, il fantasma non si accorge di essere morto. Ciò che accomuna i personaggi di Sadako, Tomie e Kayako è la sofferenza, la sofferenza che esse hanno subito in vita, elemento che conferisce una dimensione emotiva al genere.

Anche la regia asiatica negli horror è diversa da quella occidentale: si tratta di “paura mentale” e non di effetto a sorpresa, spiega Shimizu. “Timing is very important” afferma il regista, il quale spiega come il temporeggiare, l’atmosfera d’attesa all’interno dei suoi film, creata dal suo modo di far regia, sia tutta volta a evocare la paura nello spettatore. Secondo il regista, autore di capolavori nel genere horror quali Marebito (un film che sembra una poesia surreale), il dubbio e il terrore sono elementi che vanno mostrati a poco a poco ed ciò che realmente suscita terrore nello spettatore, il credere che alla fine di un corridoio vi sia qualcuno, mentre quel qualcuno magari è dietro di te e non è nemmeno umano – “penso che l’horror sia l’arte del depistaggio” dice, infatti, Shimizu.

Le espressioni degli attori nei J-Horror non vengono mai ritoccate in post produzione, ma sono sempre reali ed eseguite grazie alla bravura nella recitazione degli attori i quali sono allenati al libero gesto corporeo e alla mimica delle espressioni facciali, infatti Shimizu ha spinto l’attrice Takako Fuji a interpretare il ruolo di Kayako secondo questo stile recitativo. Takako Fuji ha reso la sua performance davvero memorabile, ha infuso al personaggio di Kayako la giusta dose di rabbia e di emozioni quali la tristezza, come se piangesse per chiedere aiuto, dando dimensione umana al lato emotivo del fantasma di Kayako e senza l’attrice, dice Shimizu, Kayako non avrebbe mai avuto questo potere comunicativo che invece la Fuji le ha donato con la sua interpretazione. 

Gli autori più rinomati di j-horror sono, senza dubbio: Hideo Nakata (il quale ha anche fatto un film ispirato al manga Death Note, chiamato L Change The Wolrd) di cui si ricorda, ovviamente al primo posto, Ring, ma anche Dark Water; Takashi Shimizu con la serie Ju-On ( di cui è stato realizzato un remake americano, anch’esso firmato da Shimizu con un cast eccellente, tra cui Sarah Michelle Gellar), Tomie-Rebirth, Rabbit Horror – 3D; Takashi Miike autore dell’ormai cult dell’horror nipponico Audition, ma anche il visionario Sion Sono col suo onirico Suicide Club, film bizzarro anche per la storia che narra di suicidi di massa che improvvisamente irrompono in Giappone (molto suggestiva è la sequenza iniziale che vede un gruppo di studentesse gettarsi sui binari e morire travolte da un treno in arrivo, dipingendo lo scenario del rosso splatter del sangue). 

Sta dunque nell’equazione tra spiritualità, morte, horror e sentimento l’essenza autentica dell’horror nipponico, perché il j-horror non è solo terrore, è anche emozione.