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Prima o poi arriva sempre qualcuno che finisci col ritenere di essere “la fine del fottuto mondo”.

The End Of The F***ing World non è il solito teen comedy romantico a cui Netflix ci ha già abituati, né tanto meno ha la pretesa di esserlo. Sfrontato, iperbolico ed esasperato ci restituisce un ritratto dell’adolescenza paradossale e allo stesso tempo fortemente verosimigliante. James e Alyssa sono due antieroi per eccellenza, ossessionati dalle loro turbe psicologiche causate da famiglie disgregate e da rapporti sociali fittizi e approssimativi. In una cittadina asfissiante e a tinte sbiadite – non a caso, la fotografia è volutamente desaturata e volta ad enfatizzare lo squallore delle relazioni umane tra i personaggi – si consuma la loro ansia patologica nei confronti di una quotidianità spietata dalla quale sono in perenne fuga.
Lui, dapprima convinto di essere uno psicopatico, si presenta come un ragazzo introverso e distaccato, poco o per nulla empatico e incapace di provare sentimenti. Lei, invece, manifesta apertamente una carenza affettiva a cui però anela costantemente, come mostra anche il rapporto morboso che ha nei confronti del cibo.
Il momento cruciale, la chiave che apre la serratura della loro vera psiche, è ciò che accade dopo l’omicidio dello stupratore da cui James salva Alyssa. Pian piano, si assiste ad una progressiva crescita dei due personaggi, mentre gli altri attorno a loro, gli adulti, iniziano a rivelarsi sempre più immaturi: la madre di lei, che non sa assumere il ruolo materno ed è totalmente succube del nuovo marito, il padre di lui che dapprima non riesce a parlare alla polizia del suicidio della moglie e gestisce in modo goffo la relazione padre-figlio, la poliziotta che non ha nemmeno il coraggio di affrontare una discussione con la partner riguardo la natura del loro rapporto dopo aver trascorso la notte insieme e infine il padre di Alyssa, una figura estremizzata nel suo essere un eterno adolescente, incline ai vizi, che strizza l’occhio alla filosofia hippie, contro il sistema e contro le convenzioni.
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Anticonvenzionale è anche nella serie la scelta narrativa che, con l’espediente della voce fuori campo, ci fa immergere totalmente nel flusso di coscienza dei due protagonisti, provando ad abbattere la quarta parete e ad instaurare un’immedesimazione con lo spettatore che si eleva ad un livello superiore.
Nel frattempo, episodio dopo l’altro, i due ragazzi prendono sempre di più consapevolezza di sé e in questa frenetica e grottesca danza delle maschere, questi decidono di riporle. Alyssa abbandona pian piano quel lato di sé così esagerato e caricaturale – indimenticabili molte delle sue battute, verosimili ma al tempo stesso fuori dall’ordinario e in questo senso pienamente fictionali – e mostra il lato più fragile di sé, quello alla costante ricerca di un affetto che sembra sempre esserle mancato. James ha invece la crescita e il cambiamento più netto, per lo meno il più evidente: da freak per eccellenza, negli ultimi episodi il suo personaggio raggiunge una dimensione sempre più umana – come quando lo vediamo, in maniera del tutto inattesa, raccontare ad Alyssa della morte della madre – ed è qui che questa serie, intrisa di black humor e micro temi che si intrecciano, curva su uno dei temi universali alla narrazione, l’amore.  Indimenticabile è infatti l’ultima scena che congela la coppia nell’ultimo disperato momento insieme, James che colpisce alla testa Alyssa per non permetterle di continuare a fuggire invano.
Finale? Aperto, decisamente. Ci aspettiamo una seconda serie? Probabile, conoscendo Netflix, ma qualora non fosse questo il caso TEOTFW non lascia di certo con l’amaro in bocca. Vale davvero la pena di immergersi in questi otto episodi di soli venti minuti ciascuno, per ricordarsi che adolescenti non solo lo siamo stati tutti, ma che in fondo non lo si smette mai di essere.
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